“Noi lanciamo la campagna ‘liberi di partire – liberi di restare’ con 30 milioni dall’otto per mille di aiuti concreti!” così tuona Mons. Galantino, il principale miracolato italiano dell’era Bergoglio. Una affermazione che dovrebbe porre la CEI su un livello morale superiore a quello di un’Europa che “continua a restare inerte di fronte al dramma dell’immigrazione nel Mediterraneo e alle difficoltà dell’Italia”. Ecco quindi l’idea geniale del ciarliero segretario della CEI: i soldi li offriamo noi, Chiesa povera per i poveri, Chiesa della misericordia, Chiesa di Papafrancesco… Come? Coi soldi dell’otto per mille. Ossia con i soldi degli Italiani che la Chiesa ottiene attraverso un ingegnoso automatismo dallo Stato italiano. Come direbbe Ricucci siamo tutti bravi ad aiutare i migranti coi soldi degli altri… ok, forse non ricordo bene la citazione, ma il senso era questo.

Alla fin fine non resta che togliergli il giocattolino, ossia proprio l’8 per mille. La Chiesa italiana merita la fame, la povertà tanto invocata predicata esibita con una ipocrisia inarrivabile e spudorata. Anche perché quei soldi (986 milioni di euro nell’anno corrente) non sempre bastano alle allegre diocesi italiche. Così i casi di deficit aumentano… dai 35 milioni della diocesi di Rimini, ai 47 di Brescia, a quelli delle diocesi di Terni, Mazara del Vallo, Abano Terme, per non parlare di Roma… I bilanci non sono pubblici, alla faccia della trasparenza, ma i denari incassati e sprecati lo sono.

Viene da chiedersi cosa ci facciano con tutti questi soldi, pur continuando a predicare la Chiesa povera per i poveri… probabilmente li spendono tutti in vino. No, non in vino da Messa, ma in vinelli allegri e rubicondi che sono all’origine delle numerose esternazioni di vescovi e sacerdoti in preda ad un febbrile delirio… Fidatevi: passeranno. E’ una questione generazionale, ma passeranno. Certo, dietro di loro lasceranno solo macerie, ma non importa, il Medioevo ha riedificato il disordine e le macerie delle invasioni barbariche e del tardo impero. Allo stesso modo quest’epoca di vuoto finirà, ma per ora occorre continuare a salvare il seme.

Il problema non è solo della Chiesa, il problema è generalizzato. Il vuoto spirituale, il vuoto ideale, viene periodicamente colmato con qualcosa. Sono i risultati dell’uomo a due dimensioni, quello che vive “ingorando ciò che è sopra e sotto di lui”. E sono anche i risultati del senso di colpa della società “borghese” nell’epoca del crollo di ogni ideologia politica. Così come gli ex combattenti a favore della classe operaia sentono la necessità di colmare il proprio senso di colpa per aver abbandonato le lotte sociali ed essersi trasferiti nei loro comodi appartamenti borghesi, e lo fanno inneggiando ai migranti e a tutti gli esattori di neo-diritti; allo stesso modo quel clero che ha vissuto nella propria primavera le ansie rivoluzionarie e liberatorie del ’68 cerca oggi un campo in cui poter esercitare il proprio riscatto. E lo fa facilmente nella demolizione dell’identità cattolica (impedimento troppo a lungo sopportato) e nella ricerca non del prossimo (considerato non più bisognoso di cure spirituali e materiali), ma del lontano, del migrante idealizzato come novello buon selvaggio roussoviano, uomo allo stato di natura, da colmare di cure tutte materiali e non più spirituali. Ed è questo l’aspetto curioso della deriva immgratoria ecclesiastica: il migrante non è oggetto di “evangelizzazione”, bensì idolo di indigenza. Quasi che se non vi fosse adeguata indigenza da esibire, non si potrebbe esercitare adeguatamente il proprio programma politico.

Certo, perché le masse di nuovi indigenti servono come base per rafforzare l’immagine di una Chiesa che intende rifarsi il belletto e rappresentare se stessa come agenzia internazionale del disagio materiale. Così più cresce l’immigrazione, più aumenta la disoccupazione, più si allarga la contaminazione dell’indigenza, più la Chiesa può rivendicare il ruolo di lenitrice (rigorosamente a parole) delle ferite materiali della società. Un ruolo che è ben facile recitare incassando ogni anno solo in Italia un miliardo di euro delle nostre tasse e predicando l’accoglienza da parte degli italiani sul suolo italiano e non certo su quello Vaticano. E’ evidente che proseguendo su questa strada il cattolicesimo dell’apparato si estinguerà, andrà in bancarotta prima o poi. Anzi è già entrato nella fase che precede il collasso.

A seguire questa versione rivoluzionaria e decadente del bergoglismo, ma anche della politica di sinistra che è evidentemente al fondo del suo pensiero (ammesso che gliene si possa riconoscere uno), restano tutti coloro che hanno ridotto la spiritualità al livello dei pensierini, gente per la quale la giornata prende una piega diversa se su facebook qualcuno condivide un pensierino melenso di Bergoglio accompagnato magari dalla figura di un gattino, o di un qualunque cucciolo preferibilmente non umano (la stessa gente che si indigna per i cani maltrattati scovati da Edoardo Stoppa, ma che nutre dubbi sulla “qualità della vita” di Charlie Gard). Il pensierino che cura, che rassicura, slegato da qualunque dimensione teologica: la versione seria delle “Più belle frasi di Osho”. E tutto questo accade senza che i gattari di facebook possano intravvedere anche un solo barlume di perfidia nella presunta Chiesa della misericordia. Perfidia che, d’altro canto, accomuna gli ideologi rivoluzionari di tutti i tempi che al pari di Stalin venivano raffigurati nell’atto di sollevare gli infanti gioiosi, quando in realtà ne provocavano largamente la morte. E tutto ciò è possibile perché il “potere” è nelle loro mani e viene esercitato con l’arbitrio dei potenti ad ogni livello. Ma questo potere discende dal denaro. Non è auctoritas bensì potestas. Dunque la conclusione è semplice: affamiamoli.

Purtroppo però oltre a togliergli il cibo occorrerebbe togliergli il vino… ossia quell’obnubilamento della mente che i greci chiamavano ate, accecamento e che conduce prima alla hybris e poi alla nemesis. Nel caso specifico l’accecamento riguarda due aspetti convergenti. Come affermava infatti Berdjaev in “Nuovo Medioevo”: “nel nostro secolo, che sta al culmine dell’epoca umanista, l’uomo europeo si trova in uno stato di terribile vacuità. Non sa più dove sia il centro della propria vita. Sotto i piedi, non sente più alcuna profondità. Si dedica ad una esistenza del tutto piatta: vive a due dimensioni, come se appartenesse, letteralmente, alla superficie terrestre, ignorando ciò che è sopra e ciò che è sotto di lui.”. Ed è proprio questa condizione di vuoto, riempito di volta in volta con contenuti terreni, a causare il problema principale: la confusione fra bene e male, l’assenza di discernimento. Ma in questi tempi oscuri non conviene gridare sui tetti allo scandalo o pretendere plateali atti di forza contro il potere dominante. E’ già sintomo del nuovo fecondo medioevo che si annuncia un certo qual silenzio contemplativo, forse lo stesso ministero di Benedetto.

“Come può un uomo in tempi come questi decidere quel che deve fare?” domanda il cavaliere di Rohan ad Aragorn. La risposta è illuminante: “Come ha sempre fatto. Il bene e il male sono rimasti immutati da sempre, e il loro significato è il medesimo per gli Elfi, per i Nani e per gli Uomini. Tocca a ognuno di noi discernerli, tanto nel Bosco d’Oro quanto nella propria dimora.”