Sosteneva Aristotele che la paura fosse un sentimento del simile. Quel che vediamo accadere ad un altro cui sostituiamo noi stessi per un attimo, genera in noi questo sentimento. Sappiamo altresì che quel che accade sulla scena tragica è storia umana, può toccare tutti indistintamente. Gli antichi non conoscevano il senso del peccato individuale, credevano piuttosto nell’annebbiamento voluto dagli dei come causa dell’errore che poi si ripercuote su chi ha violato la legge divina o umana. L’uomo contemporaneo ha superato completamente non solo la logica antica dell’errore, ma anche quella cristiana del peccato. Siamo ormai al di là del bene e del male e il peccato, l’errore è solo identificabile sulla base dell’aderenza o meno al politically correct.

Ad esempio il politically correct sostiene che non ci debbano essere differenze fra religioni, etnie, culture. Che tutto è sul medesimo piano ed ogni infrazione a tale regola corrisponde al marchio inequivocabile del razzismo, dell’intolleranza e del fanatismo. Chiaramente non è l’intrinseca verità di una religione, il peso storico di una cultura, l’identità di una nazione a costituire il centro del giudizio. Il giudizio viene spostato sempre oltre. Oltre noi stessi, le nostre radici, quello in cui crediamo. Lentamente finiamo pertanto col credere in un nuovo dogma superiore di cui – è un dettaglio – ci sfuggono autori e censori, un nuovo dogma egualitario e globale, dal quale non dobbiamo minimamente allontanarci.

L’analisi dei fatti più recenti non fa altro che confermare questo lento slittamento della Chiesa verso la religione della Political Correctness. Dice Bergoglio “non è in corso una guerra di religione”, “L’Islam è una religione di pace” e ancora “l’Islam non è terrorista”. Sono dichiarazioni distopiche, proprie di chi vive in un’altra realtà, in un’altra dimensione. O proprie di chi vuole spostare il giudizio “oltre” che è un modo diverso per non giudicare ossia per non assumersi responsabilità. Il che è perfettamente in linea con il mondo al di là del bene e del male del quale discutiamo. Il mondo del caos indifferente nel quale non bisogna fare affermazioni che potrebbero suscitare dissenso.

Non voglio addentrarmi nella questione islam/terrorismo/guerra di religione, sebbene sia evidente che i cristiani e ancor più i cattolici non entrano in moschea per sgozzare l’imam, non si fanno saltare in aria nei bar di Dubai, non si mettono a zigzagare sulla folla per le strade di Riad. E Manuele Paleologo aveva ben ragione nell’affermare che la religione si comunica “col cuore e con la ragione” non “si impone con la spada”. Ma, si sa, i cattolici “ammazzano le suocere” per dirla con Bergoglio che quando sale ad alta quota si trasforma nel vulcaniano Spock. Semplicemente vorrei far notare come si stia cercando inesorabilmente di eliminare le distinzioni, di annacquare le identità nel caos insondabile del mondo globale e di presunti tessitori di interessi privati. Così la “guerra” in corso sarebbe opera di innominabili “altri”. E va da se che tali fantomatici altri sarebbero le guide di tagliagole e terroristi. Pertanto, diventa normale una volta eliminata l’identità delle parti in conflitto, riunirle in patetici dialoghi interreligiosi o in preghiere coraniche in Chiesa. Perché tutto è uno e uno è tutto.

Questa lungi dall’essere una soluzione dei problemi in atto nel mondo non è che una ulteriore loro accelerazione sulla scorta marxista e massonica dell’abolizione delle identità, delle culture e delle religioni come unica strada per la pace nel mondo (secondo il modello ben noto dell’Anticristo di Solovev). Si potrebbe peraltro discutere sulla naturalezza di un mondo fatto di pace e amore, sul livello utopico di tali concetti ideologici e sul loro naufragio dagli anni ’60 ad oggi. Ma è talmente noiosa la narrativa del peace & love che preferisco non soffermarmi oltre sulla sua reincarnazione cattolica.

Concludo solo dicendo ai tanti che si affrettano ad affogare la paura nel complotto, o ad esorcizzarla in abbracci ipocriti, che i fatti dovrebbero bastare a chiarire cosa sta accadendo. Quando dei ragazzini vissuti in Occidente entrano in una chiesa nella quale un anziano prete (sottopostosi volontariamente a 18 mesi di dialogo interreligioso con l’imam della moschea locale) celebra messa dinanzi a 4 persone bisognerebbe chiedersi contro quale religione dei giovani terroristi Islamici intendono lanciare la loro guerra santa. Contro una religione al capolinea? Contro una religione praticata dai famosi 4 gatti? Contro una religione in pieno arretramento? Che organizza giornate mondiali della gioventù a Panama (noto centro di spiritualità cattolica giovanile)? Il cui Papa dice che Gesù faceva “un po’ lo scemo” e che sostiene l’inesistenza di un “Dio cattolico”? Andate davanti ad una moschea a vedere qual è la partecipazione alla preghiera! Capirete che ormai non si tratta più di una guerra. La guerra la si conduce contro un nemico, ma qui il nemico si è già arreso.